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Via Ventura.
Il dietro le quinte
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Intervista a Marilena Magalotti, Piera Patera, Gianluigi Mutti (mutti&architetti).
"…tendenzialmente tutto e’ nato perché i clienti invece di chiederci
i progetti ci chiedevano
i metri quadri."
Milano, 25 marzo 2007.
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Ci potete raccontare com'è nata via Ventura?
Piera Patera. Via Ventura è nata dalla voglia di fare gli architetti in un un momento in cui a Milano lo si poteva fare meno di oggi. Giangi (Mutti) ha inventato questa operazione immobiliare, pensando che per fare un progetto interessante non si potesse fare null'altro che non diventare imprenditori e progettisti di tutto l’insieme (economico, gestionale, architettonico).
Un bel salto a lato…
PP. Si, via Ventura e’ nata cosi’, pensando a un progetto complessivo che partisse dalla ristrutturazione dell'ex Faema.
Adesso sono operazioni abbastanza comuni, allora invece no…
Marilena Magalotti. No, ai tempi era una cosa abbastanza bizzarra, e avevamo anche il peso della riuscita dell'operazione: sicuramente si trattava di un rischio grosso: sia in termini di investimento per le persone che per la realizzazione del progetto stesso.
Ecco, questo mi sembra essere un passaggio importante. Se ho capito bene, voi non vi siete limitati a progettare le parti architettoniche, ma avete avuto anche il ruolo degli imprenditori, dell’architettura finanziaria del tutto…
PP. Nello specifico io (Piera Patera), Marilena (Magalotti) e gli altri quattro inesperti eravamo più concentrati a fare gli architetti. Giangi (Mutti) era con noi ma anche impegnato ad essere creativo sugli altri aspetti. Presto, lavorando a contatto con altri “sedicenti” professionisti (nel soggiorno della ex casa del custode della Faema), tutti eravamo al corrente di tutto: progetti, materiali, imprese e imprenditori, soldi, mutui e individui in cerca di qualcosa.
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Sembra interessante…
Come avviene il passaggio dall'architetto che progetta all'architetto imprenditore?
PP. Rispondo io, per me come architetto, cioe’ non coinvolta nelle operazioni immobiliari, questo mi ha dato la libertà assoluta di lavorare al progetto. E’ una condizione che non crea nessun problema rispetto all'esistenza dello studio, tranne problemi di gestione e organizzazione.
Amo questa condizione in cui non ci sono vincoli dal cliente.
MM. Certo però che puoi rischiare di perdere l'obiettivo, così come puoi seguirne la strada, puoi perdere il controllo. Diciamo che e’ una condizione piacevole ma non è facile...
Rispetto alla parte architettonica invece, mi sembra di capire che il processo sia stato quello di muoversi un pezzo per volta.
C'è stata un'idea, un concetto forte alla base e poi una realizzazione progressiva…
Ci potete raccontare lo sviluppo del progetto architettonico?
MM. Si in realtà c'è stata un'idea forte all'inizio, idea che è stata schizzata sulla planimetria catastale che di fatto è diventata il progetto. Il concetto da cui siamo partiti era piuttosto semplice: tagliare i pezzi della fabbrica per farla diventare fruibile rispetto a tutto quello che doveva essere.
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Sapevate gia’ chi sarebbero stati gli acquirenti o avete lavorato alla cieca?
PP. All'inizio non si sapeva ancora bene chi ci dovesse venire, quindi, il progetto si è fatto anche immaginando le esigenze di chi avrebbe comprato.
Quindi c'era da una parte la ricerca dell'aspetto del mix sociale che si voleva realizzare in questo nuovo complesso, e nel contempo l'interesse a cercare controparti speciali, quelli che sono poi diventati Abitare, la galleria De Carlo...
Questo e’ interessante. Rispetto a questi soggetti “speciali” che tu citi: Abitare, la galleria De Carlo, come ha funzionato il tutto? A che punto sono arrivati?
Gianluigi Mutti. Abitare a un certo punto ha deciso di acquistare un pezzo del complesso, poi sono arrivati mano a mano gli altri. Flavio Albanese è arrivato sempre per rapporti e conoscenze gia’ esistenti. In realta’ Flavio ha partecipato a parti del progetto complessivo. Con lui abbiamo collaborato e lavorato molto. Poi dopo, e’ arrivata la Scuola Politecnica e gli altri…
PP. Abitare e De Carlo nel complesso dell’operazione sono stati di gran lunga i due più importanti.
Non solo in termini economici, anche in termini di definizione dell’identita’ di m&a (mutti&architetti).
In che senso?
PP. Per m&a, uno studio di progettazione appena nato, arrivare a fare il progetto della galleria De Carlo, e poi progettarne gli interni, è stato (ovviamente) importante…
In termini percentuali, quanti sono loft e quanto invece e’ terziario?
MM. Cinquanta e cinquanta. In molti hanno deciso, in barba alle regole e alle convenzioni, di viverci oltre che di lavorarci. Ma ci sono anche famiglie che poi hanno fatto i bambini e li hanno mandati a scuola qua, nel quartiere, spostandosi dal centro alla periferia...
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Ve la immaginavate così, via Ventura, quando l'avete iniziata?
MM. Si è fatto tutto nel tempo, un pezzo alla volta, quindi io personalmente non me la immaginavo in nessun modo. Era tutto in divenire… Forse Giangi aveva una sua visione... Piu’ che visione, diciamo soprattutto la necessità di farlo.
GM. Mah… …tendenzialmente tutto e’ nato perché i clienti invece di chiederci i progetti ci chiedevano i metri quadri. Una richiesta che è il problema dell'edilizia di oggi…
In che senso?
GM. E’ molto semplice: viviamo in un mondo in cui gli architetti non sono reputati in grado di fare i progetti. Nel contempo (ai tempi) c'era qualcuno che ci reputava in grado di fare progetti, e però non riusciva ad avere rapporti col mercato immobiliare. Noi eravamo molto sicuri di cosa cercasse la gente – peraltro quel qualche cosa che ancora molti non sanno o non riescono a intercettare - e allora su quella base lì siamo andati avanti tranquilli.
Quando raccontate del “momento… …che poi c'è stata la capacità di immaginare quello che la gente in termini di immaginario, di auto realizzazione… …si è provato a dare una risposta…”. Questo momento è ancora quello, oppure no?
GM. La necessità è ancora quella, e avrà un'onda lunghissima. Ovviamente noi del giro queste cose le notiamo e le sappiamo. Inoltre, come ben sai, chi è più vicino a noi ne viene spesso urtato. Comunque, secondo me questa cosa durerà ancora molto molto, e triterà il Salone del Mobile, e tutta quella grande quantita’ di cose che son assolutamente obsolete. Se guardiamo quello che succede in Olanda, Francia, Germania, Berlino, Bruxelles, Rotterdam, siamo noi che oggi siamo indietro, è il made in italy che ci fotte, pensa a Shanghai, al sud-est asiatico, a che cosa succede dall'altra parte del mondo.
In effetti, a vedere dall’esterno l’operazione sembra essere un successo…
GM. L'operazione commerciale ha avuto un successo molto più alto delle previsioni, la parte di progetto anche. L’insieme e’ forte, riuscito, magari con qualche patch qui e la’, pero’ nell’insieme siamo molto soddisfatti.
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Qualche rimpianto sulla parte progettuale?
MM. In tutta onesta’: non eravamo attrezzati per fare un lavoro del genere, per cui per quanto il tutto abbia funzionato come avremmo voluto, ancora, abbiamo dovuto tamponare qui e’ la’.
Però le cose sono andate bene perchè la gente ha comprato prima sulla carta e poi sul finito, perché la gente ha capito cosa andava a comprare. E alla fine il risultato era quello che loro si aspettavano.
A posteriori possiamo dire che questa procedura che parte dai metri quadri su cui poi si sovrappone il progetto, si è rivelata una strada sensata e intelligente.
Dalla vostra spiegazione, mi sembra di capire che la necessità degli utenti non fosse avere la luce da est o la doppia altezza, quanto un'esigenza quantitativa, di metri quadri. E’ cosi’?
GM. No, non era un'esigenza quantitativa o di rapporto qualità / prezzo. L’esigenza era quella di andare in un posto che rispondesse alle esigenze di status e psicologiche.
Spiegaci meglio questo passaggio che mi sembra interessante…
GM. Beh… Molto semplice. Tu hai queste persone che non hanno i soldi per permettersi la stessa cosa in centro, gente che gli va bene di stare in periferia. Quel tipo di persone che hanno già molto chiaro che tutto quello che Milano offre non va bene.
Beh, pero’ a Milano non siete stati i primi a lavorare sui loft.
GM. Si pero’ si trattava di condizioni diverse. Per dire, in quel momento neanche i loft in via Savona erano la risposta giusta, perché lì hanno venduto e frazionato spazi che erano già belli, senza nessun progetto connettivo. Qui invece c'è stato un progetto, giusto o sbagliato che fosse, pero’ si e’ partiti da un’operazione progettuale. Un’operazione dove noi ci abbiamo lavorato centimetro per centimetro, di cesello.
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Ecco, ci stiamo spostando su un altro tema che ci interessa molto. Dal punto di vista architettonico in questo progetto c’e’ molta ricerca. Sui materiali, sulle soluzioni… Ci potete parlare del rapporto tra l’operazione immobiliare (con i suoi vincoli) e questa parte piu’ “sperimentale”?
GM. Se non ci fosse stata l'operazione immobiliare, non si sarebbe potuto pagare lo studio per fare la ricerca che abbiamo fatto. Stessa cosa dicasi per via Cascia, il progetto che abbiamo appena realizzato sull’area dell’ex-Gio’ Style.
Quindi la ricerca viene pagata attraverso gli utili delle operazioni immobiliari?
PP. Si, a grandi linee e’ cosi e non potrebbe essere diverso. Di fatto non credo che ci potremo mai più muovere da questa strada, perché su qualsiasi altra tipologia di lavoro professionale non ci sono le condizioni per pagare la ricerca. Solo con la consulenza non si riesce a mantenere lo studio e le persone che ci lavorano in modo dignitoso. Da cui, per noi, si tratta di una scelta forzata…
GM. Per capirsi meglio: la Faema (l’ex-Faema e’ l’area su cui e’ stata costruito il complesso di via Ventura) era invenduta da 12 anni, peraltro a un terzo del prezzo che l'abbiamo pagata noi.
Quindi voi l’avete comprata prima di fare il progetto?
GM. No, noi non l'abbiamo comprata: ce l'hanno data da vendere e da progettare. Abbiamo avuto due anni di tempo per pagarla.
E in termini economici? Quanto costava comprare prima che iniziasse il cantiere? E dopo che i grossi nomi hanno comprato? E se uno comprasse adesso?
GM. Tendenzialmente tutti hanno comprato ad un equivalente di 700 euro, era il 2000/2002.
Per essere precisi, 700 euro al rustico, che diventavano 900 euro con i lavori. Poi da quando abbiamo venduto tutto, nel giro di pochissimo, diciamo un anno e mezzo, chi ha rivenduto, anche il non finito, ha rivenduto a quattro volte tanto. Si puo’ dire che tutti, ad eccezione della palazzina ad uffici, hanno pagato 1000 euro il finito. Un valore originario che adesso vale immensamente di piu’.
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Ma voi all’epoca eravate gia’ m&a?
MM. No, assolutamente. Addirittura non avevamo neanche uno spazio fisico. Pensa che siccome bisognava avere un luogo per lavorare, siamo entrati nella casa del custode della fabbrica, l’abbiamo occupata e abbiamo messo dei tavoli. In pratica, ci siamo inventati uno studio e abbiamo iniziato a lavorare.
Un inizio informale, diciamo…
PP. Si, assolutamente. mutti&architetti nasce cosi’, è il 2001. Abbiamo poi fatto una festa di inaugurazione improvvisata, eravamo in sei: sei architetti più Giangi (Mutti), e abbiamo iniziato a fare il progetto. Io (Piera Patera) e Marilena (Magalotti) dopo un anno diventiamo socie e nel 2002 m&a assume la sua struttura attuale.
Quindi, siete tre soci?
MM. Oggi siamo tre soci. E poi ci sono i collaboratori che cambiano nel tempo. L’idea, oggi che siamo pronti, è quella di avere dei junior partners, o meglio di aprire la porta a chi condivide la nostra visione o ancor di più a chi ha qualcosa da aggiungere.
Mi potete raccontare un po’ meglio la struttura dello studio, quante persone ci lavorano, l’organizzazione interna e cosi’ via?
PP. ..E’ un insieme così complesso che non si può parlare di struttura. Noi e i collaboratori siamo qui; poi un po’ qui e po’ in giro c’è una microrete di tecnici che fanno i cantieri, la parte finanziaria e il marketing dei progetti a cui lavoriamo. Gli architetti nuovi arrivati in principio fanno fatica a capire come funziona o chi sono tutte queste facce che passano per lo studio. Semplicemente in un comune meeting di progetto può capitare di trovarsi insieme al cliente, all’impresa e al grafico parlando francamente e remando tutti con la stessa forza.
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Chiaro.
Tornando a via Ventura. Si potrebbe ripetere oggi un’operazione dal meccanismo uguale?
GM. Si, per esempio c'è una fabbrica che vogliamo ristrutturare e trasformare, un progetto per giovani che lavorano nel campo dell’arte, a Sesto San Giovanni, in un posto meraviglioso.
PP. Per noi e’ un progetto che ha un valore culturale. Per noi e per chi ci va. Questa volta pero’ ci sara’ un lavoro di selezione dell'utente.
GM. In questo caso pensiamo a giovani artisti che non hanno entrate garantite, giovani curatori, ci saranno un paio di gallerie, spazi diversificati…
MM. Questa volta il progetto lavorerà sugli esterni, non sugli interni, e su zone specifiche come la torre dell'acqua. Da questo punto di vista il valore non sta nel progetto in sé, quanto piuttosto in quello che poi verrà fatto dopo...
Ci spiegate meglio?
PP. La nostra esigenza è quella di fare cose diverse, e in questo caso c'è questa torre dell'acqua in cui vogliamo fare uno studio di registrazione, e tutto intorno ci piace immaginarlo vissuto e utilizzato dai nostri amici.
GM. Questa e’ un'operazione in cui non c'è speculazione – o meglio, diciamo che la speculazione e’ minima – il profitto per pagare lo studio, la ricerca e pagare il progetto. Nel contempo però si dà la possibilità ad un sacco di gente che conosciamo che necessita di spazio. Gente che si troverà bene insieme e che (dettaglio non da poco) poi si troverà in mano degli immobili di valore da rivendere.
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Quanto di questa storia (di queste storie) è riferita a Milano come città? Queste operazioni potrebbero essere riferite ad altre città italiane o straniere?
O ci sono delle dinamiche che sono propriamente milanesi?
GM. Secondo me è solo questione di tempi. Se fossimo stati ad Anversa le avremmo fatte 10 anni fa queste cose, a Milano le abbiamo fatte nel 2000. A Milano adesso tutti cercano le fabbriche per fare loft, si costruiscono addirittura dei loft nuovi.
E tra dieci anni come sarà via Ventura? Ci sarà ancora questa energia?
PP. Tra dieci anni ci saranno ancora le lampade di Catellani & Smith sul tetto, ancora più grandi e strane, ma secondo me resterà una traccia.... Non so… Speriamo che finalmente tra dieci anni sarà superata da altri interventi nella città, altre emozioni.
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