 |
|
 |
|
 |
Si può progettare un mondo meno basato sulle tecnologie e più sulle persone?
|
 |
|
 |
| |
Un' intervista con John Thackara
John Thackara è noto a livello internazionale come direttore del network per l’innovazione del design, Doors of Perception. Doors crea progetti e festival in cui i designer, collaborando con altri progettisti e con le comunità locali, sviluppano nuovi servizi e prodotti per la vita di tutti i giorni. Questo originale network, che mira a cambiare il paradigma del design, prende ispirazione da due domande: come potrebbe essere la vita in un mondo più sostenibile? Quali passi dovrebbe fare il design per condurci verso un mondo sostenibile ?
Triennale di Milano, 18 aprile 2007
John, a cosa dobbiamo il piacere della tua visita a Milano?
John Thackara. Mi ha invitato Stefano Mirti di Id-lab, per conto di Stefano Boeri e del sindaco di Torino. È per una conferenza sul Geodesign, che è un grande progetto che si svilupperà l’anno prossimo nell’ambito di Torino World Design Capital 2008. Ci sarà una conferenza stampa alle 18:00 e mi hanno invitato – non so altro. Credo ci sarà una discussione generale sulle città e le regioni, nell’ambito delle iniziative legate al Salone del Mobile. È un dibattito pubblico; il tema mi sarà rivelato soltanto alle 17:30 dal sindaco di Torino. Stefano mi ha velocemente accennato qualcosa sul Geodesign.
Hai da poco scritto un libro, “In the bubble...
JT. Sì… "In the bubble: designing in a complex world”, (Nella bolla: progettare in un mondo complesso, trad.) MIT Press, disponibile in tutte le migliori librerie.
In effetti l’ho scritto 3 anni fa ma è uscito solo da 18 mesi, ma non in Italia. Stiamo ancora cercando un editore italiano, perciò se hai qualche suggerimento in merito... sarà ben accetto. Il libro è una sorta di riflessione sul lavoro che ho condotto nei cinque anni precedenti, compresa l’esperienza di Interaction-Ivrea, che verteva sulla domanda Quali sono i diversi modi in cui il design può contribuire alla sostenibilità?
|
|
 |
|
 |
| |
Qual è la tua idea sul rapporto fra design, tecnologia e vita quotidiana?
JT.Ultimamente, il mio lavoro è totalmente focalizzato nel riunire diversi gruppi di persone e girare questa domanda direttamente a loro, alle loro comunità, nei loro contesti. Di solito le risposte sono sempre molto diverse, a seconda delle specificità locali.
Credo sia importante rimuovere l’idea che esista una qualche soluzione universale sul tema della sostenibilità; senza dubbio, esistono delle idee di base ma il modo in cui vengono applicate e implementate cambia molto a seconda dei luoghi.
Puoi farci qualche esempio?
JT. Al momento sto lavorando ad un progetto che si chiama Dott 07 - Design of the time 2007, un anno di progetti comunitari, eventi e mostre nel nord est dell’Inghilterra. Il progetto vuole esplorare la possibilità di vivere in una regione sostenibile, e capire come il design possa condurci a questo obiettivo.
L’obiettivo è applicare il design alla progettazione di situazioni di vita reale e lascerà un retaggio di miglioramenti genuini, generati da un programma lungo un anno.
Attualmente Dott 07 si compone di 24 progetti diversi che hanno luogo in diverse comunità del nord est dell’Inghilterra. Ogni progetto ha un grande team. I temi sono la salute, il cibo, l’energia, la mobilità. Ogni argomento è interpretato nell’ottica di una situazione locale
specifica.

Per fare un esempio, nella città di Middlesbrough, che è una classica città post-industriale, centro dell’industria chimica inglese fino a 20 anni fa, stiamo portando avanti un progetto, a partire dalla domanda, Può una città fornirsi di alimenti prodotti localmente piuttosto che di alimenti importati dal resto del mondo?
Abbiamo un gruppo di designer che lavora a contatto con i cittadini, studiando con loro le diverse possibilità per coltivare, preparare e distribuire il cibo in modo autonomo.
È un esperimento: la gente si coltiva gli ortaggi nelle fioriere, in grossi vasi, nei parchi, sul bordo della strada, tra i binari del treno. Noi forniamo gli esperti che aiutano le persone nella coltivazione e poi nella conservazione dei cibi.
A settembre ci sarà un evento, la così detta "cena di Middlesbrough”. Alcuni chef più o meno famosi cucineranno i cibi coltivati dai cittadini: sarà una cena per tutta la città a base di prodotti locali. È un modo per dimostrare che è possibile nutrirsi bene con il cibo coltivato in città. Alla fine questo esperimento sarà una piattaforma programmatica per la città, che è già pronta a sviluppare questa idea per i prossimi tre anni.
|
 |
|
 |
 |
 |
| |

Hai parlato di cuochi e contadini che crescono i loro prodotti alimentari etc…. quindi quale sarebbe il ruolo dei designer in questo progetto?
JT. Le persone che portano avanti il progetto sono in qualche modo dei designer, ma noi li chiamiamo produttori: il loro ruolo sta nel produrre il progetto e tutti i tipi di attività che questo comporta. Quindi, per esempio, nell’ambito dell’Urban Farming di Middlesbrough, la persona che conduce il progetto è un service designer, ma si è principalmente occupato di orchestrare il lavoro di tante altre persone. In quel caso, consideriamo il design come lavoro di orchestrazione piuttosto che come semplice creazione di manufatti.
Un compositore piuttosto che uno specialista… Sta cambiando il ruolo del designer?
JT. Credo che il designer sia entrambe le cose. In questo progetto ci sono anche dei manufatti, come i contenitori in cui le persone coltivano gli alimenti. In questo caso abbiamo fatto intervenire il design per far funzionare meglio le cose. Allo stesso modo il design del Meal Assembly Centre richiede un progetto, la comunicazione necessita di una progettazione, la cena deve essere progettata come un evento... quindi ci sono persone che progettano cose e attività, e c’è qualcuno che coordina l’intero disegno.
Succedono molte cose nel mondo che sono il prodotto del design. A volte vengono coinvolti i designer con grandi idee, altre volte no. Nel progetto Dott 07, la domanda più importante è: Cosa può fare una regione per essere sostenibile?
Questa per noi è la domanda principale, e la risposta a questa domanda sta nello sperimentare in vari modi la riorganizzazione delle attività quotidiane. Ciò richiede la partecipazione dei designer, ma anche dei cittadini, dei contadini, dai politici e così via.
|
 |
|
 |
 |
 |
| |

E la tecnologia ha un ruolo in tutto questo?
JT. Non così tanto. Per esempio, stiamo lavorando con la finlandese Ulla Maaria Mutanen , che lavora ad un progetto che si chiama Social Objects, e fa sperimentazioni con i telefonini e con i tag rfid.
Infatti, una parte del progetto Dott 07 riguarda la possibilità di raccontare la storia degli alimenti in un modo più trasparente. Per esempio, se metti un tag rfid su una carota e poi punti il tuo telefono verso la carota scoprirai da dove viene la carota, dove è stata coltivata, ecc…
Ma questo è solo un dettaglio.
La tendenza effettiva dei designer è di rivestire diversi ruoli...
JT. Sì, ma questa non è una novità. In altri termini, i designer da sempre si occupano di case, auto, prodotti di consumo. L’80% dell’impatto ambientale dei prodotti, dei servizi e delle infrastrutture è stabilito a livello di progetto. Le decisioni sul design danno forma ai processi che poi stanno dietro ai prodotti che usiamo: dai materiali, all’energia necessari per farli, al modo in cui li usiamo fino a che cosa succede quando non ci servono più.
Quindi ai designer vengono attribuite le cause dei problemi legati ai cambiamenti climatici, per esempio. Il punto per me non è tanto stabilire quale sia il ruolo dei designer, ma piuttosto come si fa a giustificare la produzione di cose di cui il mondo non ha bisogno.
|
|
|
 |
 |
 |
| |

Ritornando al progetto Dott 07, si prevede che durante il corso del progetto saranno sviluppati prodotti o oggetti particolari?
JT. Forse, ma questo non è il nostro obiettivo principale. Saranno sviluppati dei prodotti nelle prime fasi, ma il vero obiettivo è lo sviluppo di servizi e di infrastrutture in diverse comunità.
Per fare un esempio, abbiamo un progetto sulla mobilità, che si pone questo interrogativo:
come si può migliorare l’accesso della gente ai luoghi, senza aumentare il numero di automobili sulle strade? Come possono essere usate in modo più efficiente le infrastrutture che già esistono?
Ci interessa capire come utilizzare in modo ottimale le risorse esistenti, e come progettatare le infrastruttura che favoriscano un uso più efficiente di queste risorse.
Certamente poi useremo anche oggetti come le smart card, i tag rfid, internet, ma tutto questo rappresenta solo una piccola parte. Magari ci sarà anche una smart card interessante, chissà, ma non sarà il centro dei nostri interessi.
|
|
|
 |
 |
 |
| |
Doors of Perception: quale sarà il prossimo evento?
JT. Si è appena concluso Doors 9, in India, a marzo. Un evento straordinario. C’erano 60 esperti stranieri specializzati in progettazione dei sistemi alimentari, che si sono incontrati con altrettanti progettisit indiani. Spero di poter realizzare la seconda parte del dibattito all’inizio di ottobre.

Quali differenze ci sono state tra il Doors of Perception che si è svolto in India e quello organizzato in Olanda?
JT. Al momento Doors è un’entità completamente mobile e virtuale. L’anno scorso abbiamo chiuso il nostro ufficio di Amsterdam: adesso abbiamo solo un piccolo ufficio a Bangalore. Io abito in Francia, quindi non abbiamo più un centro fisso. È una scelta legata alle necessità, visto che è molto più facile lavorare nel luogo in cui si vive.
Faremo un altro incontro legato a Doors in ottobre in Inghilterra, come parte del progetto Dott 07.
Nel Doors 9 che si è tenuto in India, il dibattito principale ruotava intorno alla questione se l’India, in quanto paese in via di sviluppo, percorrerà la stessa strada dell’occidente, attivando un processo di industrializzazione del sistema alimentare. Questo avrebbe serie conseguenze per tutto il mondo.

Il punto è che i sistemi globali di produzione del cibo stanno diventando insostenibili in termini di impatto ambientale, sanitario, di qualità sociale. Fino al 25% dell’impatto ecologico delle città industriali può essere attribuito al suo sistema alimentare.
Attualmente, la gran parte dei prodotti alimentari indiani è coltivata e consumata a livello locale. D’altra parte sta prendendo il via un enorme programma di sviluppo di supermercati, fabbriche di packaging alimentare, reti di distribuzione, che sicuramente avranno un pesante impatto ambientale.
Eravamo in India nel momento in cui è stato pubblicato il nuovo master plan di Delhi, che prevede l’abolizione dello street food, cioè dei chioschi dove si può mangiare all’aperto, che per noi stranieri rappresentano la qualità della città, della sua vita.
Quello che sta accadendo è che ci sono enormi investimenti che stanno avviando un sistema di produzione industriale del cibo su vasta scala. Ogni giorno in India apre un supermercato, di dimensioni enormi.

Quali sono le tue impressioni sullo sviluppo in India, rispetto alla Cina?
JT. Sono due cose completamente diverse. Sono due paesi molto complicati, entrambi non sono riconducibili ad uno stereotipo: in India ci sono tremila lingue diverse, tantissimi sistemi di governo, e così via…. Di fatto non è possibile dire che cosa siano veramente l’India e la Cina.
La differenza che possiamo cogliere è che in Cina c’è una consapevolezza maggiore rispetto alla sostenibilità dei processi di sviluppo. L’anno scorso abbiamo partecipato ad una conferenza a Pechino, in cui i politici cinesi erano concordi nell’affermare che la problematica dei cambiamenti climatici è al primo posto fra le loro preoccupazioni. Sfortunatamente in India questo non accade.
E quando ci si chiede se l’India debba necessariamente passare attraverso l’industrializzazione del sistema alimentare, non si trova una risposta valida. Semplicemente, questa è la direzione che hanno preso. Dunque, l’unico contributo che possiamo dare, in quanto stranieri, è chiedere loro se sono veramente sicuri che questo è ciò che vogliono.
Ed è proprio quello che abbiamo fatto con il Doors 9 in India.
|
|
|
 |
 |
 |
| |
Altri progetti futuri all'orizzonte?
JT. No, non ho un futuro certo. Nelgi anni novanta, ho avviato Doors of Perception, l’istituto che gestivo in Olanda, la mia partecipazione all’Interaction-Ivrea… tutti questi progetti con grandi ambizioni, con un percorso lungo. Ora tutte queste attività sono terminate in modi diversi, perciò non ho più degli piani ottimistici a lunga scadenza. Non ho idea di cosa accadrà nel 2008.
Cosa ne pensi di tendenze globali come Second Life, che negli ultimi cinque anni è diventato sempre più popolare?
JT. Ci sono sempre delle conseguenze inaspettate che derivano dalle azioni delle persone: ma questo non è un problema che compete i designer. Non sono particolarmente portato a pensare alle conseguenze negative ma piuttosto a quelle positive. Per capirci meglio, nei paesi in via di sviluppo, la relazione tecnologica tra telefonia mobile, sistema bancario e commercio, avrà conseguenze molto più importanti di quelle di siti come Second Life. Nessuno ha un’idea chiara sul tipo di conseguenze che ci saranno, tranne, che saranno molto grandi, e una delle ragioni che mi rende ottimista è che non so cosa succederà: sarà decisamente qualcosa che non conosciamo, e già solo questo è positivo.
|
|
|
 |
 |
 |
| |
Troveremo il Sig. Thackara in Second Llife?
JT. No! una rappresentazione di me stesso così volgare sarebbe una cosa molto brutta da fare. Ho un cellulare. Ho organizzato tutto Doors 9 usando un telefono e credo che questo sia un modo molto semplice per lavorare. Credo che le persone cadano nella disperazione nel tentativo di cercare ciò che non trovano... Non abbiamo bisogno di Second Life.
|
|
|
 |
 |
 |
| |
Link:
http://www.thackara.com/
http://www.doorsofperception.com/
http://www.dott07.com/
http://ullamaaria.typepad.com/hobbyprincess/
http://secondlife.com/
Bibliografia:
John Thackara, In the Bubble: Designing in a Complex World.
Cambridge, Mass: MIT Press April 2005
John Thackara, New British Design.
London: Thames and Hudson, 1987
John Thackara, Leading Edge
(ed) Tokyo: Axis 1990
John Thackara, Design After Modernism: Beyond the Object,
London: Thames and Hudson, 1988
John Thackara with Riiche Miyake, T-Zone
Brussels: Europalia (in association with Architectural Association) 1991
DoPRom (Doors of Perception CDRom)
Amsterdam: Mediamatic, 1994
John Thackara, Lost In Space: A Traveler's Tale
Haarlem: De Grafische Haarlem, 1994
John Thackara, Winners! How Europe's Most Successful Companies Use Design To Innovate
London: Ashgate, 1999
John Thackara, The New Geographies of Learning
Amsterdam: University of Professional Education, 2003
|
|
|
 |
 |
 |
| |

|
|
|
 |
 |
 |
| |
|
|
|
| |
 |
 |
|
|