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Brilliantly simple and curiously serious

 
03 Radicalmente contemporaneo

Brilliantly simple and curiously serious - intervista con Martì Guixé
La potenza di fuoco dell'arte - intervista con Massimo De Carlo

 

 

Intervista con Martì Guixé

Techno-gastrosof, Tapaist, Designer


SPD cafè, 31 maggio 2007

 

 


Martì, hai appena fatto 2 mostre, qui in Italia, durante il Salone del mobile: una a Trieste e una a Milano. Ce ne vuoi parlare?
Martì Guixé. Si, certo. Prima c'è stata la mostra Food Furniture, nel contesto del Salone del mobile, a Milano. Saporiti, che è una ditta italiana, mi ha chiesto di ideare il concept per una cucina, che ho chiamato Sedna K. In mostra c’era la cucina, e in più, negli stessi spazi ho presentato i miei primi 10 anni di food design: una compilation di progetti sul cibo che ho fatto dal 1997 ad oggi.
Poi, dopo pochi giorni, al Salone Gemma, a Trieste, c’è stata la mostra Spray Guns, dove ho presentato 12 strumenti che si possono usare per fare i graffiti, usando diverse bombolette contemporaneamente.
Il progetto Spray Guns nasce perchè con un marchio spagnolo, che si chiama Desigual, per cui progetto il design dei negozi, facciamo dei Paint Parties per dipingere le pareti dei punti vendita. Una volta abbiamo fatto un Paint Party con gli spray: eravamo 15 persone con 2 spray ognuno, uno in ogni mano, e dovevamo dipingere tutto il negozio, in 15 minuti. Allora ho pensato che sarebbe stato bello disegnare uno strumento che ci permettesse di usare almeno 5 bombolette ciascuno, contemporaneamente.

 


Spray Guns, Salone Gemma. ©Imagekontainer

 

A Milano hai presentato i tuoi primi 10 anni di Food Design. Rispetto ad altri designer contemporanei che lavorano col cibo, come ad esempio il cuoco catalano Ferran Adrià, qual’è il tuo punto di vista sul Food Design?
"A food designer is somebody working with food, with no idea of cooking". (Inga Knölke, 1999)
MG. Penso che Ferran Adrià sia un cuoco, non un designer. Lui si occupa di gastronomia e cucina, che sono un'altra cosa rispetto al design.
La differenza è la stessa che c’è fra un artigiano che costruisce una sedia, a mano, e un designer che progetta una sedia.  Se io, come designer, disegno una sedia in plastica, non ho bisogno di sapere qual è esattamente la composizione chimica della plastica, perchè ci sarà un ingegnere che si occupa di questo. Nel momento in cui progetto una sedia, il mio lavoro consiste nel combinare vari parametri relativi all’ergonomia, alla comunicazione, alla tecnologia, senza però dover lavorare direttamente con i materiali con cui sarà costruita la sedia.
Quindi penso che un food designer non debba necessariamente saper cucinare, perchè chi cucina è un cuoco, e quindi un artigiano, non un designer.



Techno-tapas
Gallery H2O, Barcelona 1997 - ©Imagekontainer

 

Fish Futures
Panorama View

Fish Futures
Optinals

Fish Futures
Know Yourself
©Imagekontainer    

 
 

Questo ha qualcosa a che vedere con il concetto di Ex-designer?
MG. No, tutto dipende da come si vuole definire il designer. Io ho sempre pensato che un designer non è un artigiano. Il designer lavora col progetto, non necessariamente con la fisicità degli oggetti.
Il progetto Ex-designer è nato 5 o 6 anni fa, in un momento in cui la professione del designer era molto chiusa: designer era solo chi faceva sedie o lampade. Invece io avevo voglia di disegnare qualsiasi cosa: infrastrutture, cibo, comunicazione. Però molti, nel mondo del design, dicevano che quello che facevo io, non era design. Allora mi sono autodefinito Ex-designer. In questo modo potevo finalmente disegnare qualsiasi cosa. In realtà questo aveva molto più senso 5 o 6 anni fa. Adesso le cose sono cambiate. Negli ultimi 3 o 4 anni il mondo del design si è aperto molto di più alla contemporaneità.
Adesso Ex-designer è diventato un marchio per fare prodotti. 

Authentics Pictogrames
7 different pictogrames to fit any situation, with hand drawing for a casual-formal look. - ©Imagekontainer


 

 
 

Ci sembra che ultimamente ci sia un grande movimento su scala globale, che comincia a pensare il design in modo più elastico. Sappiamo che il MOMA  l’anno prossimo farà una mostra dal nome Design and the Elastic Mind, che si focalizzerà sul modo in cui il design coglie i mutamenti scientifici, sociali e tecnologici, e li trasforma in oggetti o sistemi di uso comune.
Cosa ne pensi?

MG. Quello che vedo è che da tanto tempo, almeno da 15 anni, le ditte sono sempre meno vincolate ai meccanismi produttivi, spesso non hanno più nemmeno fabbriche che producono oggetti, ma sono dei puri e semplici marchi, che producono le cose usando risorse in outsourcing. Quindi dal momento in cui non c'è più nessun vincolo alla manifattura, quello che le ditte chiedono ai designer è di immaginare il lifestyle da associare al marchio, cioè la comunicazione da mettere in relazione ai prodotti, indipendentemente dal tipo di prodotto.
In questo senso il ruolo del designer è completamente diverso, perché ha a che fare molto di più con la comunicazione che con la manifattura.


Bar man ring
A ring that helps you to open any bottle.
Produced by CHA-CHÁ, 2003 - ©Imagekontainer

   
   
 

Qual è il tuo rapporto con i committenti? Riesci sempre ad essere indipendente, dal punto di vista creativo, o ci sono molti compromessi a cui devi sottostare?
MG. Provo sempre a lavorare solo con ditte interessanti. Quello che faccio è molto poco vincolato ad oggetti fisici, perchè si tratta per lo più di meccanismi comunicativi, per cui tante ditte per cui lavoro mi chiedono consulenze legate alla comunicazione.
Semplicemente, nel mio lavoro, provo ad essere completamente contemporaneo.

Martì Guixè: il tuo stesso nome è diventato un marchio. Che effetti ha questo, sul tuo lavoro?
MG. Penso che nel mondo attuale quasi tutto viene comunicato attraverso marchi. Questo fatto aiuta molto a semplificare la comprensione delle cose, perchè i marchi sono simboli, in grado di comunicare ad una prima occhiata chi fa che cosa e come.
In realtà però spesso non tutto è così semplice, dietro alle cose c’è una complessità profonda. Quindi, da un lato, penso che sia necessario creare un marchio per ogni cosa; dall'altro penso che questo uso diffuso dei marchi renda tutto troppo semplice rispetto a quello che è in realtà.
Forse per una ditta che vuole vendere oggetti va bene questa semplicità, però nel mio caso le cose sono diverse, e molto più complesse.
 

Galeria h2o Chair
A chair that allows you to adjust the seat height by adding books. - ©Imagekontainer

   
 

 

E’ per questo che hai sviluppato l’ idea di diventare Ex-designer?
MG. No, il progetto Ex-designer è nato perché, quando facevo le mie cose, molta gente mi diceva “questo non è design”, allora sono diventato Ex-designer.

Come ti definisci?
MG. Non sono un artista, sono un designer, ma provo a fare cose interessanti.
Quello che faccio è provare ad essere radicalmente contemporaneo. Solo questo.
Provo a vivere il mondo attuale come si deve vivere, senza una visione nostalgica, usando quello che mi offre il mondo, cambiando continuamente. Penso che ci sia la possibilità di vivere in un mondo completamente nuovo, senza pensare al futuro o al passato.

 


Do Frame. Produced for Droog Design 2000
It is a tape that allows you to build your own museum. - ©Imagekontainer

   
 

 

Qual è il tuo punto di vista sul Critical Design?
MG. C’è stata recentemente un’ esposizione a cui ho partecipato, Designing Critical Design, nella galleria Z33 di Hasselt. In quell’occasione qualcuno mi ha chiesto “ma tu fai Critical Design?” Io non ho saputo cosa rispondere, perché sinceramente non so se faccio Critical Design.
Ho un'opinione sul mondo, che a volte è un’opinione critica, perchè ci sono tante cose che mi sembrano sbagliate, stupide o ingiuste. Ma è una mia opinione, e se la esprimo attraverso il design, allora può essere che quello che faccio si traduca in Critical Design.
Ma non saprei dire se, in generale, il mio lavoro è sempre Critical Design.
A volte semplicemente rompo dei tabù.
A volte qualcuno mi dice “perchè non fai una cosa così e così…”, e io dico “perché la devo fare? non ce n'è bisogno”. E allora questo atteggiamento viene interpretato come Critical Design. Ma non credo che lo sia. Semplicemente è un modo di esprimere le proprie opinioni.



Desigual Paint Party shops 2006 - ©Imagekontainer

Puoi farci un esempio?
MG. Vivo nel mondo contemporaneo, nell'era globale. Per fare un esempio, sono partito da Barcellona 2 settimane fa, sono andato a Helsinki, poi  a Talliin, da Talliin a Berlino, da Berlino sono venuto a Milano, e domani torno a Barcellona. Se voglio muovermi e viaggiare, ho bisogno di essere molto leggero, non posso portare molte cose con me. Però nello stesso tempo ho bisogno di funzioni: ho bisogno di connettermi alla rete, di bere dell’acqua, di usare il telefono.
Allora, quello che ho provato a fare dall'inizio, nel mio lavoro, è di immaginare oggetti che hanno una funzione, ma che non hanno più questa funzione rappresentata nel corpo, cioè nella forma.
Ad esempio ho disegnato oggetti che diventano grafici, come i frames, cornici adesive: sono oggetti in cui il corpo sparisce e diventa pura grafica. Oppure ho disegnato cose che diventano molto piccole, o che racchiudono in sé due funzioni, e la forma corrispondente ad
una delle due funzioni sparisce perché prende la forma dell'altra.
Ancora, ho disegnato oggetti che nessuno possiede, che puoi usare ma non sono tuoi. Molti hanno scritto che non mi piacciono gli oggetti, ma non è vero. Quello che non mi piace è possedere gli oggetti. Ho bisogno di sedermi, ma non voglio che questa sedia, su cui sono seduto adesso, sia mia!
È’ solo questo.

 

 

   
 


Vuoi farci un esempio concreto?
MG. Non so.... c'è  un oggetto molto bello che ho disegnato nel 1999 o nel 2000, che si chiama Plant Emulator: è un nastro adesivo verde, con la parola Plant Emulator, che si mette alle pareti. L’ho inventato perché ho capito che le piante, negli uffici o nelle case, hanno la funzione di uno spot di colore verde. Così ho provato a ridurre questa funzione al minimo. Ho disegnato questo nastro adesivo, che è un Plant Emulator: un simulatore di piante. 

 

Plant emulator tape, 2002
In the offices or interior spaces the plants are used as a green spot, Marti Guixe designed Plant Emulator to replace nature by design. - ©Imagekontainer

Invece rispetto al Food Design, c’è un progetto al quale sei particolarmente affezionato?
MG. No, nessuno in particolare.
Credo che tutti i miei progetti di Food Design seguono una linea concettuale molto chiara: non c'entrano niente con la gastronomia, e neanche con molte cose che si stanno facendo adesso sul Food Design. Ma non saprei dire un progetto concreto.

Il più buono?
MG. Non saprei, ne ho provati pochissimi, perchè non lavoro mai sul gusto. Non mangio mai gli oggetti di food design, anche perchè la maggioranza non sono mai stati realizzati. Questo dipende dal contesto di produzione, che cambia ogni volta.

 


Gat Fog. Exhibition in Casco projects, Utrecht 2004
The idea was to funtionalize an opening by eliminating the aditional objects, like glasses. With the Gat Fog (gin and Tonic fog) the drink is on the air, and you drink it unconciously. - ©Imagekontainer
 

L’anno scorso allo spazio Lima di Milano, hai esposto il progetto GAT FOG... com’è nato questo progetto?
MG. L’idea è stata quella di organizzare un opening senza bicchieri né nient’altro. Nell’aria c'era il gin and tonic, che si respira, così non c’è bisogno dei bicchieri.

E’ un progetto molto milanese, con la nebbia, il gin and tonic…
MG. Si è vero! Ma il progetto non è nato a Milano, è stato pensato nel 2002 per una galleria di Utrecht, che si chiama Casco Project. A Milano è stato presentato 2 anni dopo.
Alla Casco Project, invece di fare una mostra collettiva, hanno chiesto a 5 o 6 autori di fare un'opening ogni settimana. Così, invece di fare il solito opening, con i drink e i bicchieri, ho pensato di fare una macchina che butta nell'aria il gin tonic, che è una cosa molto più divertente, e più semplice. E’ un progetto concettuale, che mostra un'attitudine.
Poi volendo, si potrebbe anche trasformare in business, ad esempio per fare dei party in discoteca. Se qualcuno è interessato, può contattarmi!

 

 

   
 

 

Tu viaggi molto: non hai mai pensato di fare qualcosa per gli aeroporti o le stazioni, che sono luoghi spesso abbastanza brutti…?
MG. In effetti gli aeroporti sono molto brutti! Si possono fare mille cose, per migliorare il mondo, perchè tutto è molto inadatto, molto inconveniente, in generale. Spesso siamo dipendenti da tante cose, e viaggiare è l'inconveniente più grande: bisogna aspettare, stare in gruppi, è molto scomodo.

Qual è stata la tua esperienza con l'interior design?
MG. Io di background  sono industrial designer e interior designer, ed ho lavorato molto nella progettazione di interni, soprattutto di spazi commerciali.
Di solito, per i negozi, la cosa su cui lavoro è soprattutto la comunicazione: le dinamiche per comunicare il marchio. Gli architetti di solito pensano di più allo spazio e ai dettagli costruttivi, ma, per un negozio, la comunicazione del marchio è una cosa molto più importante. Nel progettare un negozio di scarpe, lo spazio non è così rilevante, in fondo. Se si progetta una casa, si, ma per un negozio di scarpe, quello che conta  è la comunicazione.

 


Tokyo Camper Mallorca style
The Camper shop generates a feeling on the basics of the mallorca style that goes beyond the real time and the generic style. It is a trans-time and meta-territorial element generated through the idea of mixing cultural layers and information elements into a full evolvent Camper space. - ©Imagekontainer


Molti tuoi progetti sono prototipi, come funziona il meccanismo produttivo?
MG. Molte cose le faccio solo per esprimere il mio modo di pensare. Poi a volte le ditte mi contattano per darmi delle commissioni, e io le realizzo.

Ti piace Milano?
MG. Si, mi piace. Ho abitato qui 2 anni. Conosco la città, ho molti amici qui. 

Cosa ne pensi del Salone del mobile?
MG. E’ il punto più caldo per il design, nel mondo!
Ma per me quest’anno è stato un po' eccessivo, non so se tornerò l'anno prossimo.
La mia mostra era in via Tortona, nell’occhio del ciclone, era pieno di design hooligans!
Certo, la cosa bella è che durante il Salone c'è tanta gente che viene qui da tutto il mondo. È’ un'occasione unica per incontrare altri designer. Ma allora non serve fare una mostra, basterebbe affittare un ufficio! Senza dover fare per forza uno show!
Certo, mi piace fare le mostre, far vedere i progetti, però la situazione quest’anno è stata un po’ troppo caotica.
Vengo al Salone del mobile dal 1985, tutti gli anni, da vent’anni! Da quando studiavo qui, alla Scuola Politecnica, che allora era in viale Monza. Era un'altra epoca. La mia era la prima generazione di studenti di design che non doveva più mettere il grembiule bianco durante le lezioni, come gli ingegneri!

Cosa stai leggendo?
MG. Sto leggendo un libro di un autore italiano, Daniele Del Giudice. Un libro molto bello.


Link:

http://www.guixe.com/
http://www.food-designing.com/
http://www.saporiti.com/
http://www.ex-designer.com/
http://www.spaziolima.it/
http://www.faltwerksalon.it/
http://www.cascoprojects.org/
http://www.z33.be/
http://www.imagekontainer.com
 

   
 
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